commenti e recensioni

2001  Annotazione di Massimo Petruziello,  giovane poeta e giocatore di scacchi.

Lo stile della Masella è intrigante e libero, personale ma intimamente legato alla modernità pseudo-intimistica delle moderne macchine …

 

Ferruccio Ulivi in catalogo:  

… I foto-collage dipinti e le relative cornici di piombo accartocciate denunciano un’inquietudine verso il mondo occidentale della tecnologia.  I lavori sono sottili ma complessi, con i loro riferimenti al Modernismo (suggeriscono pittori come Picasso, Ernst Matisse e de Chirico) e al deteriorarsi della vita urbana,, alla guerra nucleare, agli ibridi umani, alle macchine logorate, ma anche all’atto creativo del fare arte in una cultura postindustriale.  I lavori sono sofisticati, ben risolti e convincenti …

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Carla Guidi  commenta:

… Le opere sono coloratissime, ma  il nero “non-colore” a volte incornicia e racchiude gli spazi densi di figure in rappresentazioni sovrapposte e cangianti, multi materiche in un continuum implacabile tra esterno ed interno, vissute come un piccolo teatro che appare improvvisamente da luoghi inusuali, dall’interno di scatole magiche illuminate, sotto strati fisici di piombo strappati ed arricciati sui bordi, dentro specchi d’alluminio.  La funzione eroica dell’arte sembra essere quella di trasformare alchemicamente il piombo in oro, di liberare gli uomini e le donne dalla pesantezza del dolore e della sconfitta sulle proprie passioni, dall’ingordigia distruttiva del potere.(Telesport 29/4/2001)

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2002   Claudio Crescentini in catalogo:

Vivere l’arte oltre il quotidiano, questo in profondità sembra l’ispirazione  primaria della Masella, il suo contrapporsi continuo alla dissoluzione dei tempi mediante l’uso avvolgente del colore, delle polveri, dei legni, delle carte, nel tentativo di ricostruire un mondo nuovo, diverso, migliore(?).

 

2003    In catalogo Premio Internazionale Espoarte:   

Premio della critica…” per la complessità e l’originalità nella struttura, nella narrazione e nella composizione, così come per la felice combinazione fra arte visiva e composizione poetica…”

 

2004   A. Allegretti nel pieghevole scrive: 

A caratterizzare la ricerca della Masella è il connubio fra i linguaggi artistici, in particolare tra pittura, fotografia e poesia. … In Ho mal di testa e di universo  – titolo desunto dal Libro dell’Inquietudine di Fernando Pessoa- la Masella affascinata dagli imballaggi di cartapesta … ne ha iniziato (…) a sviscerare le potenzialità espressive attraverso l’uso del mezzo fotografico:  strutture apparentemente insignificanti che, disposte in una sorta di paesaggio tecnologico ricreato nello studio … hanno assunto forme tanto inquietanti quanto evocative … che si sono trasformate in castelli, cammelli, uccelli o semplicemente hanno mantenuto la   loro forma ibrida.  L’inserimento di versi tratti dalla produzione pasoliniana (Buonasera, Demonio,/mi ascolti sorridendo?/Ma non aprire bocca,/ho capito, mi arrendo.) ha fatto il resto…

 

Marina Di Cataldo osserva:

Non utilizza solo la pittura Leonella Masella per esprimere il suo punto di vista sull’uomo moderno e sul suo destino.  Si avvale anche della fotografia, dell’assemblaggio e della poesia, che riprende a volte nei suoi titoli, come ad esempio nella serie “Ho mal di testa e di universo”, tratto dal Libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa, o abbinando poesie ed opere, come nel caso della serie “Cambiare l’uomo del progresso o scegliere il progresso dell’uomo? … Esiste una linea, infatti, nel campo dell’arte contemporanea, che si pone come “altra”, lontana da qualsiasi corrente:  che guarda alla realtà quotidiana, al contingente ponendosi sul sottile crinale tra metodi antichi e strumenti odierni per svilupparsi in una propria dimensione espressiva.  Ed è questo percorso che ha deciso di seguire Leonella Masella. .. Le sue opere sono spesso inquietanti, si riferiscono ad aspetti della storia umana che spaventano, come quello della tecnologia sempre più sofisticata che non sempre è al servizio dell’uomo che l’ha creata, o come quello della guerra che, inevitabilmente, genera angosce e tormenti.  Ecco allora opere dal titolo La fuga, Sangue voce muscoli corpo (Studio per inferno), gli Studi sull’inquietudine, gli Incubi di guerra, in cui singolari personaggi sono inseriti in spazi incantati e silenziosi:  mondi virtuali investono la realtà e ne trasmettono i lati più oscuri e misteriosi.  … (Corriere dell’Arte di Torino – Inquietudini, incubi e speranze di Leonella Masella – Un personale e originale linguaggio artistico – 12-6-2004)

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2004   Claudio Crescentini in catalogo,  Arte e natura dell’arte oggi,  annota:

… Verso altra immagine e delineazione ci conduce l’operazione di Leonella Masella, molto lontana dalla nitida progettualità dei due citati pittori americani (George Van Hook e Adriano F. Mannocchia), per una forza espressiva giocata proprio sul “fare” materico e sull’espressività delle tecniche utilizzate.  In questo senso non si può più parlare di imitatio ma di compenetrazione di elementi naturali per un resoconto artistico per una realtà, la nostra, in divenire concreto, rispetto a quella precedente, per una sempre più decisa spinta verso il DOMANI.

2012  Simona Antonacci, in occasione della Collettiva al Palazzo del Gusto di Orvieto,  così commenta l’opera “Resurrection”:

“La capacità propriamente umana di rimettere in azione, è il cuore del lavoro di Leonella Masella, nata a Taranto. Nel suo lavoro la contraddizione, ormai esplicita, tra ciò che chiamiamo progresso e la degenerazione della qualità della  vita, prende forma attraverso la creazione di un mondo immaginifico ma concreto. 

Nella sua installazione Resurrectionl’artista sceglie oggetti di plastica, materiali di scarto mai usati prima d’ora, per realizzare il suo angolo di mondo futuribile. La leggerezza del gioco e la volatilità dell’effimero, così come il paradosso utilizzato come “tentativo scaramantico”, sono nel suo lavoro strategie per opporsi alla serietà e pervasività del messaggio negativo. Paesaggi e personaggi scaturiscono così da un misterioso processo di trasformazione in cui si riorganizzano nel sottosuolo in nuovi agglomerati: grattacieli di polistirolo, personaggi-robot, ibride creature animali e antropomorfe. Sono i lacerti del nostro vivere e sopravvivere quotidiano a prendere vita, a ricevere un nuovo destino.  Così si disegna nel Chiostro “una sorta di presepe”, suggerisce l’artista, “ma senza alcun salvatore”.

2013  Silvia Litardi, nel comunicato stampa per la Collettiva al Centro Socio-Culturale S. Francesco di Umbertide (PG),  scrive con riferimento all’opera “Il viaggio di Avatar”:

“Sulle pareti perimetrali, nelle nicchie poco profonde si snoda la narrazione di Leonella Masella: il ciclo figurativo “Il viaggio di Avatar” richiama la perdita di un paesaggio organico per uno fortemente antropizzato e non più armonico evocato dalla dea indiana Avatara, incarnata in una futuristica pattinatrice lanciata a tutta velocità per spargere consapevolezza fra gli esseri umani.Le ampie distese desertiche e metropolitane sono attraversate da figure come sinopie, o replicanti, la cui identità non ci interessa, che tagliano i piani della narrazione riportando in auge il concetto stesso di impianto spaziale in quanto regola. Le figure umane e animali, si ripetono e si ricompongono in infinite varianti sempre riferite ad un bestiario che l’artista crea e ricrea continuamente immettendo elementi di lavori precedenti come a riprendere continuamente il discorso”.              

 

2014 Silvia Litardi:
“Appuntamento per l’ora del the in un salotto borghese del quartiere Esquilino.
La casa è in ordine, lo studio in subbuglio, dal caminetto il bagliore del fuoco.
Oh no! E’ il varco da cui entrano strani animali e esseri ibridati, avanzano sugli eleganti tappeti persiani. E’ un assedio? Personaggi immaginifici fatti dei rifiuti che la nostra società accumula inarrestabilmente, irrompono sulla scena di un interno privato che dovrebbe essere il luogo dove sentirsi rassicurati e protetti. Entrano dalle finestre paesaggi desolati e inquietanti, senza prospettiva alcuna e con l’irruenza delle tragedie sui quotidiani grigi”
(frammento dal Comunicato Stampa – TROFEI)

 

2014 Simona Antonacci commenta la serie Nocturnal visions :

“… è nel percorso immaginativo che la storia si completa, si compie. Il gioco è attivato dall’assenza, dalla non-completezza. È quel piacere, direi quasi necessità intellettiva, del completamento percettivo, intellettivo, creativo che libri e giochi per bambini ci danno ancora, mentre la realtà contemporanea, sempre spiegata, dispiegata, iperreale non ci fornisce più.
Un’esperienza possibile solo se si lascia lo spazio per immaginare, quello che tu lasci attraverso l’atmosfera “galleggiante” in cui i tuoi “teatrini” sono immersi, uno spazio non mimetico ma evocato, rielaborato, fluttuante.
È proprio in questa nebulosità che trovo il carattere “accogliente” di questi lavori, perché lì rimane lo spazio per la propria immaginazione, la propria narrazione, lo “spazio” per percorrere liberamente. Quello spazio che permette di perdersi”.

Leggi tutto – Nocturnal Visions )

2016  Anna Maria Corbi  su Bello è lontano ovvero La Fontana di Cleopatra

È per il volto, e il corpo, di Cleopatra, e intorno a lei, nell’Antico e nell’attualità, che si gioca la partita di Ottaviano e Marco Antonio, di Augusto e la posterità, di Shakespeare e il profondo della psiche umana, che, umana, non è più, perché si è resa macchina di assemblaggio, utile e disutile, per quel tanto di vita biologica che, ancora, appartiene all’individuo sociale, o, più propriamente, per quella Babele, o confusione del linguaggio e delle culture, che porta sulla scia di un asservimento alla supremazia imperante del benessere accessorio, e nasconde, invece, in sé, la deriva d’ogni energia nell’inerziale inattività.  Utile e disutile è, sempre, a modo proprio, l’arte del momento, che, solo, con il posticipo della riflessione e alla luce di realtà seguenti, svela il significato, o “non significato”, che ha.

E non si dà, in questo caso, alcun valore aggiunto all’Utile e al Significato, perché all’arte serve di tutto, è una fenomenologia onnivora, che, mentre sussume in sé gli elementi più eterogenei, li tramuta in ciò che vuole comunicare con la personale visione dell’artefice insigne, con la sua attività cerebrale, e, non ultima, ancora, sebbene in estinzione, con la sua propria attitudine pratica e d’invenzione.

Intorno a Cleopatra, alla Cleopatra di Leonella Masella, si gioca la partita del fare, nella quale vince la “luce” artificiale a più colori, che è calda e fredda, atta a captare la qualità dell’ambiente in cui si posiziona, che sia familiare oppure no, esterno o interno, in esposizione nella galleria. Poi, a seguire, stupisce, a ben guardare, la “varietà” dei materiali d’uso, scelti per metter su la figura intera, e il loro paziente incastro, privo di colle, con viti, fil di ferro, o altro, al bisogno. In più, trionfa la “leggerezza” del costrutto ottenuto, la sua aerea musicalità, dovuta all’impercettibile muoversi d’ogni singolo pezzo al variare, pur minimo, delle correnti d’aria, come, anche, per l’avvicendarsi delle persone, per il loro allontanarsi da lei, o avvicinarsi a lei, con l’intento di vederla in mostra, nella sua forma migliore, sotto i riflettori della comunicazione.

Ma l’opera ha, in aggiunta, la parvenza di un enigma dal tono giocoso, di un espediente cerebrale e di una formula alchemica, che, insieme, la rassomigliano a una “personalità totemica”, ben attagliata e affine alla modernità supertecnologica e iperconsumistica dell’oggi. Infine, il totem della Cleopatra ha il carattere ribelle e incoercibile della “libertà”, che è intima alla fantasia, con il suo vasto orizzonte immaginifico, unico futuro possibile, che lo si voglia o no. Vi è, nell’assemblaggio della Cleopatra di Leonella Masella, una levità d’impianto che conduce assai lontano e, insieme, un candore d’invenzione, pur reso con materiali poveri e di scarto, che riesce a evocare una figura di rara chiarità intellettuale e rappresentativa, con le sue leggere variazioni, con i suoi tentacoli non aggressivi, con la sua statura fragile e indifesa.

L’opera di Leonella Masella è una partita che si gioca nel Museo dell’Aria, in cui regna sovrano il trepido alternarsi, lieve e melodiante, del respiro vitale.

A ben guardare, ci si accorge che ogni storia passata è tramontata nell’indistinto della memoria, che ogni dramma di scena si è concluso, ogni stupore psichico si è abbandonato definitivamente al sogno, nella luce artificiale dell’installazione, nella variegata disomogeneità della mappatura dei suoi contenitori di plastica, nell’agilità lieve della sua aerea presenza, che pare voler indicare la curva dell’orbita ellittica dell’intero universo umano, ancora non conosciuto e segreto.

Anna Maria Corbi

Roma, 16 Marzo 2016

2018 Helia Hamedani su

“Tun tun… Tun tun… Tun tun… the train of dreamers”

Il TRENO DELLA SPERANZA

Il rumore di vibrazioni di un mondo sconosciuto, un suono extraterrestre! Il trenino giallo, “pigro ma instancabile”, come ci racconta Leonella Masella, entra in scena e lentamente si ferma. Il tempo si dilata, scorre dolorosamente e batte il passo della gente che vediamo scendere e salire al rallentatore.

Dal finestrino l’occhio coglie la vita che là fuori scorre velocemente. Vediamo alberi, uomini che camminano, uno che pedala sulla bicicletta, i motorini, le macchine ferme e quelle in movimento, le strade, gli archi e le mura della città. Siamo a Roma, ma una Roma molto diversa da quella delle cartoline o dei selfie dei turisti; siamo sul Tranvetto della Casilina. Il treno che parte vicino alla stazione Termini e passando per Porta Maggiore esce dalla città antica e entra nella città contemporanea: la periferia romana.

Nel video osserviamo percorsi che si dividono nell’incertezza del bivio. L’immagine traballa sugli strati sovrapposti in movimento, mentre una voce narrante femminile legge poesie di poeti migranti; Marin Sorescu, Abdelhak Serhane e Garcìa José Ramon Medina. Giochi di luci e ombre; i colori si confondono e diventano quasi invisibili, ma percettibili come nei sogni che ricordiamo in bianco e nero. Ogni tanto ci arriva il dialogo tra l’artista e i passeggeri, le risposte semplici del trenino giallo.

Alle domande i viaggiatori rispondono dicendo cosa amano dell’Italia: mi piace la gente, la gente molto bravo, sempre buono con me, …  la libertà, San Pietro, il rispetto, la polizia! E a quale sia l’essenza per vivere rispondono: il lavoro, la solidarietà e la speranza.Si, la speranza, unica risposta ripetuta due volte nel video. Risposte che ci lasciano un sorriso amaro, accendono un punto esclamativo, lasciano il dubbio.

Questo non è una statistica sociale ne è un report giornalistico. E’piuttosto un’esercizio d’ascolto, uno scambio di esperienze che rimane sempre parziale, aperto e in corso. Come il treno che arriva, parte, si ferma e riparte. Per Leonella, la domanda rimane sempre aperta. Quando l’altro diventa il nostro specchio, inizia il dialogo che bisogna costruire parola per parola nel tempo. Cosi come l’origine non è né un valore né un dispregio, ma è semplicemente il punto da quale partiamo noi viaggiatori.

Non c’è fine nello scorrere delle storie umane, come le origini che per noi uomini del XXI secolo assomigliano alle piante radicanti*; quelle che espandono le loro radici in maniera orrizzontale. Proprio come essere radicanti significa mettere le proprie radici in movimento, inserirle in contesti e formati eterogenei, negare il valore fisso dell’origine e agire la creatività per tradurre idee, trascodificare immagini, trapiantare comportamenti e scambiare anziché imporre.

Il video di Leonella Masella, con le sue inquadrature sfocate, ci evoca la doverosa messa a fuoco delle nostre certezze, delle nostre coscienze. È uno sforzo per sentire l’altro, prendendo la responsabilità di essere parziale e ridondante. Il trenino, che passa vicino alla sua casa, connette la sua storia alla città e ai suoi cittadini, a noi tutti, noi rifugiati**. Proprio quel trenino rumoroso e brutto che passa da Porta Maggiore, dove nell’antichità si erigeva il tempio dedicato alla “Divinità della Speranza” (ad Spem Veterem), diventa, per l’artista, il treno dei sognatori.

*Nicolas Bourriaud, The radicant, Lukas&Sternberg, New York, 2009, trad.it.M.E.Giacomelli, Il Radicante, Postmediabooks, Milano, 2014
**Mi riferisco al titolo dell’articolo di Hannah Arendt, We refugees, The Menorah Journal, 1943. Giorgio Agamben riprende lo stesso titolo per il suo intervento al Giorgio Symposium, estate 1995

 

Helia Hamedani, Roma, Ottobre 2018